Tutte le strade portano a Roma ma da Roma ce n’è solo una che porta a Ostia: la Cristoforo Colombo ed è lungo questa lunghissima arteria che si svolge la celebre corsa giunta quest’anno alla sua 42ma edizione.
La Roma-Ostia, come tutte le Half Marathon, è solo la cugina minore della grande corsa ma è organizzata come se lo fosse…e i numeri infatti le danno ragione.
La “mezza più partecipata d’Italia” parte dall’Eur, gira intorno ai suoi edifici razionalisti per 3 km per imboccare poi la celebre via del mare fino alla rotonda di Ostia e, tra le 13mila formichine in scarpe da ginnastica, pronte a fuggire dalla città eterna, la mattina del 13 marzo 2016 ci siamo anche noi.
Ostia però è ancora lontana e i pensieri tanto vicini.
La notte quasi insonne non ha lasciato fortunatamente strascichi e in griglia cerco in tutti i modi di allentare la tensione ma il motivo per cui sono lì, si ripropone in maniera sempre più frequente: Il tempo.
L’organizzazione norvegese per fortuna mi distrae un po’.
Dall’interno della mia griglia, infatti, mi sembra di essere alla mezza di Oslo o di Bergen, visto l’ordine e la rigidità dei controlli che regnano intorno a me.
Di solito gli ingressi delle griglie sono lasciati alla selezione naturale e alla terra dei furbi e dei ritardatari e non è raro veder gente che scavalca, che sale sui piedi degli altri e che cerca in tutti i modi di guadagnare coi gomiti la posizione più vicina possibile alla linea di partenza.
A Roma no.
Le griglie altissime scoraggiano ogni scavalcatore e il rigido controllo all’ingresso dissuade anche il più accanito furbetto.

Roma Ostia Mezza Maratona
Uno, ad esempio, per star vicino all’amico già in griglia ed entrare in quella non sua, cerca un paio di volte invano di imbucarsi dietro ad un altro ma poi cambia strategia: si fa lanciare la maglia col pettorale, se la infila e si presenta sorridente e soddisfatto davanti all’implacabile buttafuori.
Peccato che non solo io e qualcun altro all’interno della griglia ma anche lui abbia notato la scena. Risultato: a 2 minuti dalla partenza è ancora lì che discute invano e quando hanno compattato le griglie, noi siamo andati avanti e lui sarà entrato sicuramente tra gli ultimi.
Così intanto le 9 sono arrivate in fretta e mi sono distratto.
Cerco in tutti i modi di non pensarci e di ripetermi che l’importante è fare un buon allenamento in vista di Milano ma in fondo sono lì per un motivo: fare il personale.
Avevo programmato questa gara sin da Novembre, non sapendo ancora che tipo di preparazione avrei svolto e con che gambe e che fiato ci sarei arrivato ma le ultime gare e gli ultimi allenamenti erano stati più che confortevoli, quindi i 4 e 30 al km erano fattibili. Ci potevo provare.
Bisognava però solo correrli per 21 volte.

Alle 9 in punto lo sparo della prima onda.
E al primo chilometro già mi rendo conto che il primo obiettivo sta sfumando.
Nonostante la partenza in discesa, l’orologio segna che viaggio sui 4 e 40 e quindi ciao tempo.
Pazienza, farò una bella corsa.
Dopo un giro turistico per l’Eur di qualche chilometro, ci infiliamo sulla Cristoforo Colombo e dopo qualche minuto , il vociare dietro di me non lascia dubbi.
Mi faccio da parte e il treno dei pacer dell’ora e trentacinque mi raggiunge e mi supera implacabilmente.
Che delusione!
Non provo neanche a seguirli….rinnegherei tutti i miei allenamenti e andrei solo fuori giri.
Anche se non faccio il tempo, sono intenzionato a fare comunque una bella gara e una bella gara non può prescindere da un’esaltante progressione finale.
Devo solo decidere a che chilometro iniziarla.
Quindi pazienza, la mezza è lunga e non bisogna bruciare tutte le polveri subito.
In ogni caso fino all’undicesimo chilometro me ne resto tranquillo e corro solo ascoltando il respiro. Dopo il salitone deciderò.
Si, perché al decimo km c’è il salitone, lo so.
Conoscendo l’enfasi dei romani e le caratteristiche veloci del percorso, mi aspettavo un lungo cavalcavia o qualcosa del genere, invece dopo un curva ed una discesa ecco che intorno al nono km mi appare in tutta la sua lunghezza.
La strada si arrampica sino in cima a quella collinetta la cui cima si intravede a malapena.
Sarà almeno un chilometro, alla faccia; e i palloncini blu saranno già a più di trecento metri da me.
Va beh, testa bassa, ritmo regolare e respiro: in salita riesco a correre solo così.
Guardo per terra e intanto cerco il passo giusto: un due tre, un due tre, ad ogni respiro corrispondono tre passi, tre passi un respiro, un respiro tre passi, braccia morbide e caviglie sciolte.
La destra soprattutto, devo ricordarmi la destra che Silvia a Pilates mi ha detto che è un po’ bloccata e poi il bacino, non troppo rigido, fluido.
E intanto i metri scorrono, scorrono.
Ad un certo punto alzo la testa e i palloncini mi sembrano più vicini di prima.
Possibile?
Sarà una mia impressione, guardo l’orologio e infatti il passo me lo conferma: 5 e 02…mi sono sbagliato.
Però…
Però sono in salita, sto superando e la cima ormai è lì vicino a me…vedremo in discesa.

Dalla cima si vede il mare e tutta la Cristoforo Colombo: in discesa.
Sono all’undicesimo km e i palloncini blu mi sembrano sempre alla stessa distanza.
La sottile linea rossa.
La chiave di volta è qui, non lo so ancora ma è qui. In questo momento la mia percezione cambia.
Al 12mo km guardo l’orologio e gioisco: 4 e 15.

Sono in discesa è vero, ma i pacer sono molto vicini adesso e non sono per niente stanco…forse, forse…
Al 14mo li raggiungo.
Ritmo, respiro, caviglia, bacino, braccia e le spalle….morbide, morbide.
Mancano 7 km all’arrivo, la discesa è finita e potrei restarmene un paio di km con loro per poi spingere nel finale.
Decido però di continuare ad andare del mio.
Ormai viaggio sui 4 e 20 e il respiro è regolare e non affannato. Piano piano li supero e al 15mo comincio a fare il conto alla rovescia.

Supero, supero e supero.. ahhh che bella la corsa in progressione.
Le salite però non sono mica finite.
In lontananza si vede il semaforo di Ostia e non è al mio livello, quindi prima dell’arrivo bisognerà salire ancora un po’, ma se tengo questo passo e i palloncini dietro di me, il record lo faccio di sicuro.
17, 18 è fatta!
Ma sono al limite. Ho lo stimolo della caghetta e il basso ventre all’altezza della milza comincia a contrarsi.
Dopo il semaforo comincia la discesa e laggiù si vede il traguardo. Dai, dai, dai, stringi i denti, non pensare, se arrivi al 20mo in 1 ora e 30 ce l’hai fatta. L’ultimo km te lo farai in apnea.
Tutto si avvera.
Il traguardo lo vedo, è laggiù ma quando arriva?
A Ostia c’è la curva e un muro di vento su cui vado a sbattere a tutta velocità.
Il vento, non ce la faccio più , devo fermarmi ma tra un po’, tra un po’!
Più avanti c’è il giro di boa e poi il rettilineo d’arrivo, dai, dai, tieni duro.
Mi ricordo solo l’inversione a U.
La trans agonistica fa tutto il resto e mi trascina al traguardo contro la volontà di tutte le mie cellule di fermarsi.
Il potere della mente.
Dopo 1 ora e 34 minuti di corsa e miliardi di pensieri ora mi godo l’attimo in cui tutto assume significato.
L’attimo in cui tutti i sacrifici e gli sforzi vengono premiati; l’attimo in cui realizzi che hai spostato la tua asticella un po’ più in su e che il momento in cui correrai più piano non è ancora arrivato.
Prima o poi ci sarà una gara e un tempo che non riuscirò più a battere e rimarrà quindi per tutta la vita il mio record personale.
Forse sarà la Roma – Ostia del 2016…o forse no…….chissà!
Il bello sarà scoprirlo.
Di sicuro non rinuncerò a provarci.

Roma – Ostia Solo Andata
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