Almeno una volta nella vita bisognerebbe correre una maratona.
Se poi la vostra prima volta la fate coincidere con quella di New York, il solco che si creerà nel vostro cervello diventerà indelebile.
Qualcosa dentro di voi cambierà definitivamente.

Domenica sono tornato sul luogo del delitto e ho corso la mia 3a Maratona di New York, e il solco è diventato ancora più profondo.
Un fiume impetuoso lo ha attraversato per diversi giorni e ci vorrà tempo perché l’acqua scenda di livello e lasci spazio a nuove emozioni.

Maratona-di-New-York

Sono andato a rispolverare ciò che scrissi qualche anno fa su quella che senza dubbio è la più bella maratona del mondo e le immagini, i ricordi, le strade, la gente, i ponti, i colori, la musica e il sudore delle 26 miglia di domenica si sono mescolate a quelle di 7 anni fa, quando tutto cominciò…

Auguro di provare le stesse sensazioni a chi avrà voglia e pazienza di leggerlo.

Il 2 Novembre 2008 è stato il primo giorno della mia nuova vita.
Sei mesi prima pensavo che lo sport fosse giocare a calcio o a calcetto e vedevo quelli che correvano come degli alieni. Mai avrei pensato di poter correre una dieci chilometri, figuriamoci una maratona.
Siccome quando giocavo a calcetto fumavo ancora e l’allenamento non sapevo cosa fosse, era normale per me dopo dieci minuti di partita avere un fiatone allucinante.
Sigaretta prima della partita, sigaretta subito dopo e se in panchina avessi avuto il pacchetto a portata di mano, quasi quasi……….
Le poche volte che in precedenza avevo corso, mi ero studiato sempre un tragitto che mi permettesse di tornare al punto di partenza dopo non più di quindici minuti. Se penso adesso all’andatura imbarazzante che avevo e a quanto sentissi il cuore in gola negli ultimi due minuti di quelle sporadiche uscite, faccio ancora fatica a credere che ero io.
Insomma ero l’antitesi dello sportivo.
Addirittura da giovane pensavo che avere le gambe che facevano male dopo una partita fosse una cosa positiva, ignorando completamente cosa fosse l’acido lattico e cosa significasse allenarsi.
La mia Stella invece è sempre stata una supersportiva e quando gli impegni di lavoro le hanno permesso di avere più tempo libero per realizzare il suo sogno di correre, questo misterioso sport ha cominciato in punta di piedi ad affacciarsi sulla porta di casa.
Qualche timida corsetta al Ruffini, qualcuna alla Pellerina o alla Certosa dietro casa nostra e alla fine dell’inverno quando Claudia ha fatto la sua prima Maratona di Torino, io ho provato a fare la Stratorino.
La gioia di quell’arrivo me la ricordo ancora bene, non avendo mai corso in precedenza per più di cinque chilometri di fila.
Eravamo ad Aprile del 2008.
Sei mesi dopo mi ritrovavo sotto il ponte di Verrazzano.

Il primo giorno della mia nuova vita è cominciato molto presto.
A distanza di qualche tempo i dettagli sono un po’ svaniti ma le emozioni e le sensazioni sono ancora così vive!
Il freddo innanzitutto!
Il ponte di Verrazzano è quasi sull’Atlantico e l’aria di qual mattino la sento ancora adesso. Non sapevamo dove metterci!
Col pullman ci hanno scaricati a Staten Island che albeggiava, quindi due-tre ore prima della partenza e l’attesa è stata eterna, infilati in un sacco dell’immondizia dietro ad un tendone per ripararci dall’aria e dal freddo prima di liberarci delle nostre sacche e dirigerci verso le griglie di partenza.
L’anno dopo infatti ci saremmo portati un sacco a pelo e due coperte……..
Io e la Stella però non eravamo nella stessa partenza. Per un errore di battitura lei alla fine si è trovata a correre con quelli dell’ultimo start e io in quello intermedio, mentre avrebbe dovuto essere il contrario, essendo io quello più lento.
Comunque, nella solitudine del mio corral, mi ricordo ancora bene come i dubbi e le paure di chi solo sei mesi prima correva a fatica la Stratorino emergevano tutti con vigore ed energia.
La distanza che mi separava da Central Park era spaventosa.

Il ponte di Verrazzano davanti a me era così alto e Manhattan sullo sfondo era così lontana che la paura di non farcela mi ha impedito di godermi i primi istanti della partenza.
Si correva sia sotto che sopra il ponte.
La prima volta sono stato sotto e l’anno dopo sopra.
Una volta arrivato a Brooklyn però, mi sono trovato davanti ad un qualcosa di totalmente inaspettato.
La gente che esultava e aspettava il nostro passaggio era così tanta che facevo fatica a pensare ad altro.
All’inizio non capivo.
Per un certo periodo di tempo ho corso vicino ad un messicano che la gente continuava ad incitare per nome. La prima cosa che ho pensato è stata: ‘Cavoli dev’essere un personaggio famoso, oppure abita da queste parti e sono molti che lo conoscono’.
Appena l’ho superato ho visto però che aveva il suo nome stampato davanti sulla maglietta e mi son messo a ridere.
L’anno successivo l’avrei fatto anch’io ricevendo così una carica notevole: sentirsi incitati col proprio nome dà una carica che non credevo, è come se la gente fosse lì solo per te.
I bambini poi.
Tutti lì con le mani aperte ad aspettare il cinque. Come mi divertivo………
Io non avevo il nome stampato ma avevo la canottiera con scritto ITALIA e gli incitamenti quindi arrivavano comunque: Forza Italia, Vai Italia, Come on Italia, Let’s go Italia, Ciao Italia e via dicendo.

Il lunghissimo serpentone di cui io ero una piccolissima parte era in continua mutazione, chi andava più piano e chi più veloce ma una cosa era costante: la sua consistenza.
Ero sempre attorniato da tantissimi corridori, ognuno con la maglietta del suo paese, con la scritta del proprio nome, qualche dedica oppure il nome di qualche ente benefico per il quale sperava di raccogliere fondi.
Per la prima volta nella mia vita mi sentivo parte di qualcosa, non so come spiegarlo.
Tutta quella gente era lì per applaudire noi, eravamo noi lo spettacolo; è una cosa a cui non avevo mai pensato prima ma che ho realizzato appieno il giorno seguente.
We can be heroes, just for one day!
Il giorno dopo con la medaglia al collo la gente ci guardava e ci sorrideva e ci diceva: “You have to be proud” Dovete essere orgogliosi.
Io lo ero e anche quelli che ci incitavano il giorno prima lo erano.
Orgogliosi di me, proprio di me!

Intanto però dovevo ancora arrivare!
L’euforia e l’emozione mi facevano mangiare chilometri come noccioline e i primi venti se n’erano andati così facilmente che cominciavo a pensare che sarebbe stato così anche per quelli successivi. In fondo non avevo mai corso per più di ventun chilometri e stavo entrando quindi adesso in un territorio inesplorato.
Avevo tanto sentito parlare della crisi del trentesimo chilometro e del terribile Queensboro bridge ma niente di tutto questo è riuscito a rovinare l’emozione di entrare nell’isola di Manhattan.
Il Queensboro Bridge è lungo qualche chilometro ed è ellittico come quello di Verrazzano: metà in salita e metà in discesa. Qui non c’era il pubblico e fare i conti con la fatica e il solo rumore delle scarpe sull’asfalto non è stato per nulla semplice.
A metà salita mi ricordo che uno vicino a me è inciampato e caduto facendo un rumore così forte che difficilmente credo abbia potuto proseguire. Purtroppo nessuno di noi poteva aiutarlo; eravamo già tutti troppo presi dai nostri di problemi per riuscire ad occuparci di quelli degli altri.
Quel ponte era eterno e le ginocchia cominciavano a dare i primi dolori.
Ce l’avrei fatta? Sarei riuscito ad arrivare a Central Park? E se cadevo anch’io?
Quel silenzio così carico di interrogativi me l’ero portato per tutta la discesa, fino a quando i newyorchesi mi hanno di nuovo fatto sentire protagonista.
Il boato che si sentiva al termine del lunghissimo ponte prima di entrare nella First Avenue mi fa venire i brividi ancora adesso che ci penso.
Un’ovazione che sembrava solo per me; sapevo che non lo era ma, quella curva con tutta quella gente che urlava e incitava era una cosa fantastica ed avevo la pelle d’oca.
Le ginocchia potevano aspettare.

La First Avenue.
Lunghissima, eterna e senza fine!
Trenta chilometri di corsa non li avevo mai fatti in vita mia, come farò a farne altri dodici?
L’euforia iniziale ormai era finita, solo il pubblico continuava ad incitarci ma i cinque non li batteva più quasi nessuno e pochi di noi ridevano.
Le mie ginocchia assolutamente no.
Mi sembrava che tutti i tendini intorno alla rotula si stessero indurendo di colpo e che tra poco si sarebbero spezzati. Pensavo di crollare a terra da un momento all’altro e di non potermi rialzare più. Avrei finito lì il mio sogno, avevo osato troppo.
I cartelli delle miglia erano così lontani uno dall’altro.
Ai ristori poi davano delle banane e delle bustine di gel, boh…..proviamole, tanto peggio di così.
Avanti era meglio non guardare che la First Avenue sembrava non finire mai.
Molta gente camminava e forse l’avrei fatto anch’io a breve ma al trentacinquesimo chilometro mi ero accorto che non stavo né meglio né peggio di come stavo al trentesimo e quindi dovevo solo tenere duro ancora un po’.
Il ponte del Bronx oramai era alle porte e mi ricorderò sempre il benvenuto di quello spettatore: “Welcome to the Bronx”
Avevo finito il lunghissimo rettilineo!
Le strade di Harlem sono stata l’ultima agonia perché in lontananza si vedevano degli alberi e c’è un solo posto a Manhattan dove ce ne sono tanti così: Central Park!

Il giorno precedente avevamo fatto una corsetta proprio lì e camminando sotto il cartello che indicava Last Mile avevamo fantasticato su cosa avremmo provato quando ci saremmo passati il giorno della gara.
Poche cose mi ricordo di quegli ultimi cinque chilometri: l’ingresso a Central Park, il passaggio sotto il cartello dell’ultimo miglio con una marea di gente che continuava ad incitarci, il rettilineo verso Columbus Circle dove mi ero accorto di non riuscire più a muovere la caviglia e l’ultima curva prima dell’arrivo.
Una band suonava a tutto volume e uno tra la folla mi aveva detto un qualcosa tipo: quello davanti è francese, dai che ce la fai a superarlo……
Io non sentivo più niente, urlavo solo dalla gioia!!
400 yard, 300 yard, 200 yard, 100 yard e la sagoma blu del traguardo è apparsa davanti a me!!
Dopo 4 ore e 41 minuti mi ero finalmente fermato!

Non riuscivo né a piangere né a muovermi, avrei voluto solo sdraiarmi ma non riuscivo a fare neanche quello.
In quell’attimo, appoggiato ad una transenna e con il corpo completamente paralizzato, ho realizzato e capito cosa vuol dire terminare una Maratona.

La Maratona di New York
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