L’orologio di Milano sta facendo Tic Tac da 3 ore, 28 minuti e rotti.
Poi giro in Corso Venezia e tutto il resto si ferma.
Per un attimo.
L’arrivo è ormai visibile laggiù di fronte all’ingresso dei giardini e sul tabellone riesco già a distinguere i numeri del tempo ufficiale.
Il cartello dei 200 metri all’arrivo è appena dietro di me.
Mancano ancora 195 metri ma vorrei non arrivare mai.

Vorrei rimanere qui, nel Luogo e rendere questo attimo infinito. E’ dai primi di Dicembre che lo aspetto e ora me lo voglio godere per bene.
A quel tempo non sapevo ovviamente ancora che avrei corso la Maratona più veloce della mia vita, ma in fondo in fondo ci speravo.
Ero partito in sordina con l’intento di fare una bella gara lontana da crampi e sofferenze ma poi, man mano che il tempo passava, mi accorgevo che la mia velocità di corsa aumentava e stavo tornando ad essere competitivo.
Gli allenamenti al freddo, con la pila in testa le sere d’inverno dopo il lavoro, in montagna sulla neve e sul ghiaccio, sotto la pioggia, il vento e l’umidità, assumevano col passare del tempo tutto un altro significato e l’idea pian piano si era insinuata: potevo farcela.
Dovevo solo essere costante, lo sapevo; in fondo la maratona è solo matematica.
Se studi e fai bene i compiti, il giorno dell’esame difficilmente andrai male.
A Salsomaggiore, col primo lungo della stagione, c’è poi stata la svolta, la presa di coscienza e a Roma la certezza: sarei andato a Milano a fare il tempo.
Anzi, a provare a fare il tempo.
Si perché in maratona si sa perfettamente come e quando si parte ma non si sa mai come e quando si arriva.
Se non si è fatto qualche lungo, è sicuro che si patiranno le pene dell’inferno da metà sino alla fine; se non si è allenato bene il corpo a consumare grassi, è altrettanto sicuro che quando finiranno i carboidrati ci sarà la crisi; se si parte con qualche acciacco alla schiena o alle gambe, magari dopo qualche chilometro passerà oppure invece peggiorerà e bisognerà ritirarsi.
Uno pensa di stare bene ed in perfetta forma ma dopo dieci chilometri arrivano gli attacchi di dissenteria.
Alla fine comanda sempre il corpo, noi possiamo solo cercare di fare il possibile per arrivare preparati al meglio per il grande giorno, il resto poi è sempre affidato un po’ alla sorte.
Sulla teoria non mi batte nessuno…
La pratica però è tutta un’altra cosa.

E infatti per tutta la notte non avevo chiuso occhio.
Non vedevo l’ora che arrivassero le 9 e mezza del giorno dopo per partire e lasciare andare la gambe incontro al loro destino.
Il percorso me lo ricordavo bene dall’anno scorso e quindi mentalmente sapevo già cosa mi aspettava.
Mi ero quindi tranquillamente goduto i grattacieli della nuova Milano, la Stazione Centrale, la Scala, il Duomo, via Monte Napoleone e San Siro, prima di andare a scoprire le carte al 30mo km.
Lì avrei saputo se il ritmo era quello giusto.
E lo era.
I palloncini delle 3 ore e 30 con cui avevo corso per una ventina di chilometri, li avevo potuti finalmente lasciare alle spalle e al 35mo, dopo l’ultimo ristoro avevo affrontato gli ultimi 7 fatidici km con un buon residuo di energie.
Volavo come Icaro ma mi ero troppo avvicinato al Sole.
Al 39mo km era arrivato il morso alla gamba destra a ricordare la mia fragile e misera condizione umana e che stavo pur sempre correndo una maratona.
Se non si soffre che maratona è?
Il passaggio al Castello Sforzesco dopo più di 39km me l’ero goduto poco perché con la testa ero già proiettato all’arrivo anche se col fisico ancora no.
Ero nel non-luogo.
Ma ci ero già stato tante volte che ci ero arrivato preparato.
E’ bastato pensare a qualcos’altro, incrociare lo sguardo di un passante, pensare al ritmico battere dei piedi, concentrarmi sulle spalle e, più egoisticamente squadrare quelli davanti a me che erano scoppiati e stavano camminando.
E al 39mo km di una maratona ce ne sono sempre tanti, c’è l’imbarazzo della scelta.
Intanto i metri continuavano a scorrere, così come il cartellone del 40mo e 41mo chilometro.
I crampi e la paura di rimanere bloccato erano passati quindi velocemente, così come l’ultima salita prima dei bastioni di Porta Venezia.

E finalmente ero arrivato qui: al cartello dei 200 metri all’arrivo.
Nel momento in cui la felicità sta per arrivare, le gambe sorridono perché sanno che tra poco si fermeranno e ogni cellula del corpo esulta per la vittoria che sta arrivando.
Nel luogo in cui tutte le tue fatiche, speranze, aspettative e paure si dissolvono magicamente per lasciare spazio alla felicità.
Nel luogo in cui vorrei rimanere per sempre.
Il Luogo.

Il Luogo purtroppo però e’ un attimo.
E’ un attimo ritrovarselo alle spalle ed essere oltre il traguardo appoggiato felice alle transenne a riguardare il polso quasi incredulo dinnanzi alla nuova sfida vinta.
E’ un attimo guardare e riguardare con attenzione i numeri neri sul quadrante.
E’ un attimo capire che sono proprio 3 ore, 28 minuti…e 37 secondi.
La felicità in un attimo.
La felicità che passa presto e vola veloce sullo scorrere dei nostri giorni, ma che vale tutti i chilometri e i miliardi di attimi spesi per raggiungerla.

Immagine: runtoday.it

L’orologio di Milano
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