Alzi la mano chi non è mai salito su una bicicletta.
Chi prima e chi dopo, ognuno di noi si è cimentato nella famosa prova di equilibrio e le inevitabili cadute che sono seguite, sono forse tra i pochi ricordi d’infanzia che sopravvivono al passare delle stagioni.
Alcuni si arrendono quasi subito e continuano a vivere senza di lei, ma la maggior parte almeno una bicicletta nella vita ce l’ha avuta.
E quelli che ce l’hanno ancora la usano.
Con modi, finalità e scopi molto diversi tra loro ma la usano.

Le domeniche di primavera o estate si vedono quelli che non la usano praticamente mai.
Di solito fanno il giro dell’isolato o vanno al parco e, se hanno figli, tendono a formare un curioso trenino che riproduce fedelmente la gerarchia naturale: il capobranco in testa ad esplorare il territorio, i piccoli protetti nel mezzo e mamma controllora come ultima carrozza.
Basta una bella giornata di sole e anche il più pigro dei sedentari prova a cimentarsi con pedali e manubrio, purché non vi siano salite e il tragitto sia breve, ovviamente.
I ciclisti della domenica si possono tranquillamente confondere e mescolare con chi in bici ci va più abitualmente ma c’è sempre lo stesso particolare che finisce per tradirli: l’altezza della sella.
Le ginocchia che sfiorano il mento sono il chiaro indicatore della scarsa abitudine al mezzo, indipendentemente dal tipo di bici o dal fisico di chi pedala.

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Per la strada infatti se ne vedono di tutti i colori.
C’è chi fa sparire completamente il sellino e urlare i copertoni ad ogni sobbalzo ma ha una posa impeccabile e c’è quello invece che ha una bici tutta pulita e luccicante ma poi pedala con le ciabatte e i piedi alle dieci e dieci.

Ci sono i pakistani carichi di rose che pedalano vestiti di nero di notte senza luci e quelli che sembrano un albero di Natale; i setacciatori dei bidoni dell’immondizia che si portano miracolosamente tutto dietro sconfiggendo ad ogni pedalata ogni legge della fisica e della gravità e i giovani con la bici minimalista senza né freni né parafanghi.

Quelli con la bici da camper, quelli che la usano solo al mare, i pensionati che la usano per andare al mercato, quelli che ci fanno le vacanze o più semplicemente quelli che la usano per andare a fare un giro.
Tutte queste categorie, di solito se ne infischiano del codice della strada.
Passano sui marciapiedi, attraversano col rosso, pedalano affiancati e considerano di solito le strisce pedonali come un fortino che li ripara dal mostro a quattro ruote.
A parte il pakistano e il setacciatore però, ognuno di loro l’automobile ce l’ha.
E la usa.
La bici è per loro solo una sorta di evasione, una scappatella, una serata con gli amici.
Il mattino dopo poi tutto finisce e il confortevole e riscaldato abitacolo della vettura ritorna ad essere il punto dal quale osservare il mondo che li circonda.

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Altra cosa sono quelli che la usano abitualmente o addirittura quotidianamente per andare al lavoro, quelli che hanno la bici da corsa e quelli che hanno la Mountain Bike.
Sui sentieri di montagna o sulle strade sterrate, i padroni sono loro.
Li puoi trovare bardati come motociclisti perché si buttano giù da una montagna ai 1000 all’ora oppure in silenziosa contemplazione delle bellezze della natura.
Sono capaci di scalare le montagne più impervie e puoi trovare segni di copertone nei posti più inaccessibili.
Se li incontri per la strada puoi esser sicuro che vicino a te c’è un qualche sentiero da cui stanno tornando o verso il quale si stanno dirigendo.
Se li vedi è perché sono solo in transito.
L’asfalto per loro è come la cryptonite.

Tutti gli altri invece utilizzano in pieno le stesse strade delle automobili anche se difficilmente si inchinano al codice della strada.
Ognuno di loro infatti tende ad interpretarlo a modo suo.
Molti ciclisti urbani si comportano esattamente come il “saltuario” e, forti del loro anonimato, viaggiano incuranti di marciapiedi, semafori e pedoni.
La possibilità di risultare pericoloso per chi cammina e irritante per chi guida non li sfiora nemmeno, così come la comprensione di termini astrusi quali “area pedonale” e “pista ciclabile” sia per loro ancora molto lontana.
Non bisogna fare ovviamente di tutta l’erba un fascio.
Molti ciclisti lo fanno per ignoranza ed arroganza, ma la maggior parte lo fa per sopravvivenza.
Sono tantissimi i ciclisti urbani che sanno veramente cosa voglia dire “muoversi in bici”.
E visto che lo sanno, devono regolarsi di conseguenza.
Le piste ciclabili a volte sono più pericolose di una statale e spesso vengono disegnate sui marciapiedi da amministrazioni comunali che hanno paura di sottrarre aree alle automobili che votano.
Quando sono belle e intelligenti, vengono il più delle volte assalite da pedoni e proprietari di cani il cui guinzaglio a volte diventa più pericoloso della rottura del sellino, senza contare che la segnaletica è spesso così sbiadita e consunta che diventa difficile far valere le proprie ragioni.
Bisogna imparare ad arrangiarsi, insomma.

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Le auto sono grosse, i guidatori spesso distratti e mille occhi a volte non bastano per capire se quell’auto girerà a destra senza freccia o meno; se quel camion o furgone li ha visti o meno; se stare un po’ di più in mezzo alla strada rischiando di venire sfiorati dalle auto, o fare la rasetta agli specchietti sperando che nessuno decida di scendere dalla macchina proprio in quel momento.
I ciclisti urbani per sopravvivere devono essere come felini in cerca della preda.
Devono avere tutti i sensi all’erta, prevedere con largo anticipo la traiettoria da tenere, valutare quel determinato semaforo e studiare il modo più sicuro per attraversare quella determinata rotonda.
A volte un semaforo rosso attraversato in sicurezza evita il pericoloso passaggio ravvicinato di quel furgone perché più avanti la strada si stringe o qualcuno semplicemente ha parcheggiato male.
Nel traffico il ciclista non può mai abbassare la guardia.
E non può farlo nemmeno il ciclista da strada.
Quello che usa la bici per sport e che fa girare economicamente tutto il settore.
Perché le bici non sono tutte uguali.
Alla fine è vero che sono sempre due ruote che girano sull’asfalto ma le stesse differenze che ci sono tra una Panda e una Ferrari o tra un motorino e un Harley Davidson ci sono anche nel mondo delle bici.

Quelli che vanno in bici da corsa per allenamento o per passione si distinguono da quelli che la usano per necessità da un semplice particolare: non hanno il lucchetto.
E mai ce l’avranno.
Nessuno di loro legherà mai ad un palo la sua bicicletta!
Chi pedala su una bici da corsa poi, è anche quasi sempre un automobilista e come tale ignora completamente cosa voglia dire “pista ciclabile”.
A meno che non sia perfettamente asfaltata, ben segnalata e pulita da sassi, pietre o rami (cosa che capita solitamente in corrispondenza del passaggio di una cometa) lo “stradista” non la prenderà mai in considerazione.
Dovrà fare sempre i conti con il codice della strada.
Ma qui casca l’asino.
Gli stessi stratagemmi utilizzati dai ciclisti urbani, vengono utilizzati solitamente anche dagli stradisti che quindi, a parte il diverso tipo di bicicletta, possono venire benissimo assimilati ai ciclisti urbani.
Quando lo stradista pedala in gruppo però le cose cambiano: la natura primordiale ha la meglio su qualsiasi regolamento umano e l’individuo lascia il posto alle logiche del branco.
Il gruppo di ciclisti della domenica mattina, diventa così più fastidioso del Camper su un passo di montagna e d’altronde basta andare in un qualsiasi gruppo di Facebook o sito di appassionati di motori per rendersene conto.
Ogni regola del buon senso non solo viene ignorata pensando che: “più numerosi siamo e più la possiamo fare da padroni” ma il terrore di rimanere indietro fa compiere ai suoi componenti infrazioni e i rischi da brivido.
Non sono tutti così, ovviamente.
Gruppi di ciclisti allineati e rispettosi del codice della strada ci sono e capita spesso di incrociarli.
Non si notano perché stanno a bordo strada, segnalano correttamente ogni loro cambio di direzione e ringraziano quando qualche automobile li fa passare.
Si guardano bene dal mescolarsi al gruppo indisciplinato ma pensano solo a godersi una bella giornata di sport solcando strade poco trafficate e ammirando paesaggi meravigliosi.
Alcuni di loro hanno la testa bassa perché troppo impegnati a guardare la ruota di quello davanti a loro, ma la maggior parte no.
La maggior parte pedala perché gli piace.
Gli piace viaggiare, vedere cose e poi raccontarle.
Alla moglie, agli amici, al collega di lavoro o alla mamma.
Perché andare in bici è viaggiare.
E cosa c’è di meglio che vedere cose dal sellino di una bicicletta?

Le mille sfumature della bici
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