Re Laurino tanto tempo fa, viveva felice nel suo giardino di rose (Rosengarten) con la figlia Ladinia. L’invidioso Latemar però, un giorno gliela rapì per farne sua sposa. Il Re furibondo allora maledì il suo giardino di rose, colpevole di non avergliela protetta, facendo sì che nessun altro uomo né di giorno né di notte avrebbe potuto più ammirarlo.
Si dimenticò però di includere l’alba e il tramonto che ancora oggi sono gli unici due momenti in cui tutto il sistema montuoso che domina la Val di Fassa si tinge di quel bellissimo colore.
Noi ci svegliavamo dopo l’alba e tornavamo in camera prima del tramonto, quindi il giardino di rose non l’abbiamo visto ma la statua di Re Laurino l’abbiamo incontrata diverse volte nel nostro peregrinare.
Chi è stato da queste parti sicuramente ha sentito parlare del Catinaccio o del Rosengarten e ha camminato o sciato sotto le sue cime ma può darsi che non abbia mai sentito parlare del giro podistico a tappe che si svolge lungo tutta la valle nell’ultima settimana di giugno.

Parlare della Val di Fassa Running non è per niente facile. Come si fanno a raccontare tutte quelle emozioni che ti invadono per una settimana e si sovrappongono di continuo una sull’altra?
Non lo so, ma per non sbagliare comincerei dall’inizio, dal temporale.

Si perché la 1a delle cinque tappe che si è svolta Domenica 26 Giugno ad Alba di Canazei è cominciata proprio così, con tutti i partecipanti riparati sotto una tettoia.
Per fortuna nel giro di mezz’ora usciva il Sole e ci siamo potuti scaldare e preparare senza troppe preoccupazioni. L’emozione infatti era tanta!
Alle 9 e 30, sulle note di Enter Sandman dei Metallica, dopo mesi e mesi di attesa, siamo finalmente partiti per questa splendida avventura.
Dieci minuti dopo, io ero già lì che annaspavo.
Dopo il primo chilometro e mezzo di discesa, infatti, il serpentone aveva girato a destra su per un pendio d’erba che solo qualche mese fa non mi sarei sognato nemmeno di attaccare camminando, figuriamoci di corsa…
E infatti dopo qualche timido tentativo, avevo rinunciato quasi subito e mi ero adeguato agli altri. Perlomeno non ero l’unico.
Dopo qualche minuto infatti non stava correndo più nessuno, era tutta una lunga colonna infame.
Cuore in gola e ritmo, ritmo.
Non sono un esperto di corsa in montagna, per me è un mondo tutto nuovo, però una cosa la so di sicuro: dovevo trovare il ritmo, il segreto era tutto lì. Che sia con la bici da corsa, in MTB o stia correndo semplicemente su strada, il tipo di terreno e di mezzo, alla fine è irrilevante, devo sempre adattare la mia andatura in base al mio respiro e al mio battito.
I più bravi riuscivano a correre anche su pendenze simili; altri avevano il fiatone da centometrista e si ostinavano a cercare di correre per poi quasi fermarsi; altri ancora al minimo tratto pianeggiante riprendevano a correre per qualche metro ma poi si arrendevano alla forza di gravità e infine c’erano quelli come me che camminavano veloci ma camminavano.
Gli altri però in questa fase erano irrilevanti, sarebbero diventati stimolanti solo dopo, una volta trovato il mio passo, quando sarei stato in grado di superarli.
Adesso dovevo concentrarmi su di me.
La prima salita in questo senso è stata rivelatrice.
Dura come mai mi sarei aspettato ma nello stesso tempo stimolante e divertente, è difficile da spiegare.

La magia del bosco, con i suoi profumi, l’aria frizzante e l’odore di pioggia ha fatto il resto.
Grondavo di sudore dopo neanche dieci minuti di salita ma il passo giusto l’avevo trovato abbastanza in fretta.
Ed ero felice.
La Stella ormai era sparita dalla mia vista ma tanto di raggiungerla sapevo che non sarei mai stato in grado, l’avrei poi raggiunta in discesa.
La sua facilità di ascesa è sempre stato motivo di meraviglia per me. E’ come se in montagna ritrovasse il suo elemento naturale: fosse forte anche in discesa, potrebbe tranquillamente lottare per il podio di categoria.
Comunque, tornando ai miei tormenti, alla fine della salita ero rientrato in possesso delle gambe e una lunga e larga discesa mi aveva permesso di farle girare alla grande senza badare troppo agli altri.
Sì perché in salita siamo sempre tutti vicini come pinguini esposti al vento polare ma in discesa se non si sta attenti, si rischia di sbagliare strada.
Soprattutto alla fine quando ormai il serpentone si è allungato e frazionato e le distanze tra i corridori ormai sono ben consolidate.
Neanche il tempo di godermela però la discesa che in fondo notavo l’inizio della seconda salita. Altra sofferenza.
Il percorso l’avevo studiato e sapevo che c’era ma non immaginavo che anche questa sarebbe stata bella lunga e ripida.
Alla faccia dei seicento metri di dislivello che avremmo dovuto fare.
Mi sembrava di salire alla volta di un Musinè che però non arrivava mai… le pendenze erano simili e mollavano solo raramente.
La gamba però era calda e la mia camminata veloce ormai era diventata decisamente più snella di quella degli altri: nessuno mi superava più ormai da tempo, anzi ero io che mi facevo largo con efficacia, nonostante i battiti e il respiro al limite.
Un’ora così non l’avrei tenuta di certo ma la salita sarebbe finita prima, molto prima.
Il bosco e i raggi del Sole che filtravano, stavano rendendo tutto così magico che la fatica passava in secondo piano e il momento tanto atteso era arrivato all’improvviso.
In salita mi ritrovo sempre a guardare per terra o le scarpe di quello davanti a me, solo ogni tanto getto lo sguardo in alto sperando di vederne la fine.
In una di quelle volte l’avevo vista.
La colonna infame si era allungata e c’era gente che correva.
Come un bambino allora mi gettavo a perdifiato giù per la forestale per raggiungere la Stella ma anche per la felicità di aver completato il dislivello odierno.
Le gambe giravano, giravano e al fondo di un tornante, dopo il ristoro intravedevo la sua sagoma.
Gli ultimi chilometri così abbiamo potuto farli insieme tra ripidi sentieri boschivi, scivolose mulattiere e un paesino incantato e sonnecchioso che sembrava aspettare solo noi.
La Marmolada era lì alla nostra sinistra che ci salutava, anche se la coltre di nubi che l’aveva avvolta per tutta la mattina era diventata più minacciosa.
Un bel tuono in mezzo alle sue rocce, infatti, non annunciava niente di buono ed infatti, ad un paio di chilometri dall’arrivo, una cascata d’acqua improvvisa ci aveva colpito in pieno.
Sul traguardo pioveva a dirotto e, appena attraversata la linea, abbiamo proseguito senza indugio la corsa verso la macchina e il tanto desiderato cambio di vestiti.

Continua a leggere per la seconda tappa della Val di Fassa Running.

La mia Val di Fassa Running (PRIMA TAPPA)
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