La 2a tappa, lunedì 27 Giugno, l’abbiamo giocata in casa a Pera di Fassa.
L’aria era frizzante e il cielo leggermente nuvoloso, ma il Sole stava vincendo la battaglia.
Niente acqua per oggi!
Ci siamo potuti godere così tutti i momenti e i preparativi della partenza che il giorno prima avevamo dovuto saltare per il temporale.
Il simpatico speaker tra le tante cose era stato anche rassicurante: “Nella tappa di oggi non ci saranno salite dure come quelle di ieri.”
Le incognite però erano tante e pesavano come macigni.
Le mie gambe in effetti erano parecchio dure, soprattutto all’altezza dei glutei, segno che ieri avevo spinto forse troppo rispetto alla mia preparazione.
Speravo di scioglierle nel primo tratto di gara prima dell’unica salita odierna che comunque un po’ mi impensieriva visto che il dislivello era sì più basso rispetto a quello del giorno prima ma non era diviso in due.
La Stella in più non stava bene, aveva un po’ di dissenteria e i crampi alla pancia; come avrebbe reagito il suo fisico alla corsa?
Con tutti questi interrogativi nella testa siamo partiti alla volta di Pozza di Fassa e poi dei boschi sotto la montagna del Boffaure.
Nei primi tre chilometri però le gambe erano ritornate fresche e agili e all’attacco della prima salita salivo fresco e fluido (per quanto possa essere fluido un pezzo di legno come il sottoscritto).
La Stella nel frattempo era già sparita in mezzo alla montagna, segno quindi che stava bene ma ero io che dovevo preoccuparmi.
Le pendenze erano di nuovo estreme, altro che semplici e i miei quadricipiti reagivano con fastidio a questa fatica ravvicinata.
Una volta sistematomi in colonna, allora, avevo deciso di abbassare un po’ il ritmo e gestire ma alla fine non ci riuscivo per niente. Quelli davanti a me prima o poi rallentavano e io per superarli dovevo fare quello scatto in avanti o quel balzo laterale che, ripetuto decine di volte, alla fine mi faceva salire sempre al limite.
La ragione mi diceva una cosa e alla fine ne facevo un’altra.
In quel momento, a metà di quella salita che sembrava non finire mai, però, inconsciamente avevo preso la decisione di affidarmi all’istinto e di lasciarmi guidare da lui.
Grondavo di sudore come se fossi all’Equatore, nonostante mi trovassi in mezzo al bosco in un versante non ancora toccato dai raggi dei mattino, però salivo bene, eccome se salivo bene.
L’istinto non aveva sbagliato.
La salita era eterna, le pendenze erano più o meno come quelle di ieri (alla faccia dello speaker) ma le gambe e il cuore alla fine avevano trovato il ritmo per conto loro.
Il cartello di meno 4 km all’arrivo era giunto quindi all’improvviso e la fine della salita avevo potuto godermela con immensa gioia: stavo bene e soprattutto non avevo incontrato ancora la Stella, segno quindi che stava bene anche lei.
L’avevo ritrovata solo dopo un altro chilometro, bella e sorridente come sempre e ci eravamo così buttati giù per un ripido sentiero pieno di pietre e radici con la consapevolezza che anche questa seconda tappa stava andando alla grande.
In questo frangente avevo guadagnato qualche metro e appena uscito dal bosco ero giunto su un tornante che attraversava la pista da sci del Boffaure che vedevamo ogni giorno dal balcone della nostra camera d’albergo.
Mi ero fermato e per qualche secondo avevo ammirato il panorama dinnanzi a me.
Le nuvole ormai erano quasi un ricordo, l’abitato di Pozza di Fassa era sotto ai miei piedi e tutta la Val di Fassa col suo verde e suoi prati, si perdeva all’orizzonte.
In alto le cime del Catinaccio (o Rosengarten come lo chiamano gli altoatesini) si ergevano come denti molari di un’enorme mandibola e formavano un complessivo panorama da favola che non bastano mille parole per descriverlo.
In quel frangente c’era tutto il senso di quello che stavo facendo.
Col sorriso negli occhi e la gioia nel cuore ci buttavamo poi per l’ennesima volta in un sentiero costellato di statue di legno come a Jovenceaux e dinnanzi alla statua di Re Laurino mi ritornava in mente la bellissima storia del rapimento della figlia da parte di Latemar e la maledizione del Rosengarten.
Prima di arrivare in paese gettavo l’occhio sulle sue cime imponenti ma il giardino di rose ovviamente non si vedeva… mica era l’alba!
In lontananza si vedeva però il pallone del traguardo e il vento portava la voce dello speaker spalmandola per i prati del Fraine dove arrivavamo in volata mano nella mano chiudendo con un imperioso scatto questa bellissima tappa.

Guarda qui se ti sei perso il racconto della prima tappa o se vuoi andare al racconto della terza e quarta tappa.

La mia Val di Fassa Running (SECONDA TAPPA)
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