Erasmo da Rotterdam nel suo “Elogio della follia” ce lo spiega benissimo.
La normalità è poco attraente.
Non è forse vero che ci ricordiamo quasi con nostalgia di quella volta che abbiamo fatto i “pazzi” o abbiamo “tagliato” a scuola ma difficilmente di tutte le altre migliaia di giornate anonime che abbiamo passato tra banchi e cartelle?
Il compagno casinista o il somaro megagalattico ce lo ricordiamo benissimo, così come lo sparuto gruppetto di scalmanati che imperversava durante l’intervallo ma il compagno timido e silenzioso con cui magari legavamo poco, probabilmente ce lo siamo già dimenticato.

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E col passare degli anni la scrematura continua.
Cosa ci rimane di un periodo di gioia, di una vacanza o di un viaggio? di un amico…
Solo la “bravata”, il “colpo di testa”, una sbornia, un imprevisto oppure anche un sorriso, un panorama, un tono di voce e via dicendo?
Lo stesso concetto si può trasferire alla vita in società.
Quando veniamo a contatto in negativo con una determinata categoria di persone, tendiamo in automatico a catalogarla in base alle nostre esperienze personali e ci formiamo automaticamente un certo giudizio che molto difficilmente saremo disposti a cambiare.
Il pregiudizio.
Se vado in bici e una macchina non mi dà la precedenza è perché gli automobilisti si credono i padroni della strada; se invece sono in macchina e una bici viaggia in mezzo alla strada è sicuramente perché tutti i ciclisti sono degli indisciplinati.
E’ sempre facile generalizzare e in maniera quasi automatica siamo portati a farlo, ma perché in genere lo si fa in negativo?
Quelli che manifestano sono dei violenti, gli ultrà sfasciano le vetrine, i vecchi sono lamentosi, i napoletani camorristi e gli arabi terroristi.
Il nostro punto di osservazione però è troppo limitato e il bisogno di dare i nomi alle cose alla fine ha la meglio anche sulla logica.
Fin da piccoli del resto siamo stati abituati così.
Le persone però non sono delle cose e non è detto che la nostra prospettiva sia quella giusta.

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Proviamo a ribaltare la frittata.
Siamo sempre tutti pronti a dedicare tanta parte del nostro cervello a guardare il dito ma spesso rischiamo di perdere di vista la Luna.
E’ vero che chi urla e si lamenta, molte volte viene ascoltato di più di chi si comporta in maniera educata.
Davanti alle telecamere, in coda ad uno sportello, al semaforo, al supermercato, la parola grossa molte volte cattura l’attenzione a discapito di chi utilizza toni più pacati.
Ma invece di concentrarci su di loro, perché non dedicare un po’ di attenzione a tutti gli altri?
A quelli che accettano serenamente una qualsiasi situazione di disagio o che silenziosamente aspettano in fila; che hanno pazienza e non pensano che il passare davanti agli altri sia un diritto, o semplicemente quelli che gli altri li rispettano.
Quelli chi li ascolta, chi si cura di loro?
Quelli che non pensano che l’unico modo per ottenere qualcosa sia quello di fare “casino”.
Insomma, la maggioranza silenziosa.

Non è facile individuarla; i suoi componenti solitamente sono la colonna portante di ogni società e fanno oliare educatamente ed instancabilmente i suoi ingranaggi ma il più delle volte passano inosservati. Sono la maggioranza di ogni categoria e in genere nessuno si cura di loro.
Eppure senza di loro ci sarebbe solo il caos.
Sono loro quindi che bisogna coccolare, sono loro che bisogna aiutare e premiare.
Quando li incontriamo, dovremmo ringraziarli, pacatamente e in modo poco invasivo ma ringraziarli.

Si annidano tra le pieghe della società e vi abitano silenziosamente ma sono però loro che poi fanno le scelte.
Sono loro che cambiano modo di pensare e si trascinano dietro poi tutti gli altri.
Il maleducato, il lamentoso e l’ignorante, invece sono solo delle vittime, dei passeggeri di autobus, non gli autisti.
Loro vanno dove altri li portano ma non sono capaci di compiere scelte autonome.
Quando ti troverai davanti ad uno di loro, compatiscilo, abbi pietà per lui.
Lui difficilmente cambierà modo di pensare ma per te ancora qualche speranza c’è.

La maggioranza silenziosa
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